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Estetica dentale, fino a che punto è giusto intervenire sui denti sani?

In un editoriale su Dental Cadmos, Lorenzo Breschi richiama la responsabilità clinica nelle scelte estetiche, tra aspettative dei pazienti e conservazione dei tessuti

Redazione ilDentaleRedazione ilDentale·3 novembre 2026·4 min di lettura
Estetica dentale, fino a che punto è giusto intervenire sui denti sani?

Quanto è giusto sacrificare tessuti dentali sani per migliorare l'estetica di un sorriso? E fino a che punto il desiderio del paziente può giustificare un trattamento invasivo? Sono alcune delle questioni affrontate dal professor Lorenzo Breschi nell'editoriale "Estetica e salute: un equilibrio da custodire", pubblicato sul numero di novembre di Dental Cadmos. Una riflessione sul rapporto tra estetica e salute, ma anche sulla responsabilità professionale in un contesto nel quale la richiesta di risultati estetici è sempre più influenzata dai modelli proposti dai social media.

Il prof. Breschi non mette in discussione il valore dell'estetica, riconoscendone l'importanza personale e relazionale. Invita piuttosto a considerare quanto il miglioramento dell'aspetto possa incidere sulla conservazione dei tessuti e sulla salute orale nel lungo periodo. Un equilibrio che diventa particolarmente delicato quando si interviene su elementi dentali sani.

Il consenso non basta a giustificare un trattamento

Il punto centrale della riflessione riguarda la responsabilità dell'odontoiatra nel valutare l'appropriatezza delle richieste estetiche. Il desiderio del paziente deve essere ascoltato, ma non può diventare l'unico criterio sul quale costruire una proposta terapeutica.

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Secondo Breschi, ogni intervento richiede una valutazione del rapporto tra beneficio atteso e costo biologico, considerando non soltanto il risultato immediato, ma anche le conseguenze future. Questo significa spiegare i limiti del trattamento, presentare le possibili alternative conservative e, quando necessario, suggerire di rinunciare all'intervento.

Una posizione che l'autore riassume in un passaggio particolarmente significativo: "Il consenso del paziente non sostituisce la responsabilità clinica".

Il consenso informato, dunque, non esaurisce il compito del professionista, che rimane responsabile della valutazione clinica e dell'appropriatezza delle procedure proposte, anche quando rispondono a una richiesta esclusivamente estetica.

Quando i social diventano un modello clinico

Un altro aspetto affrontato nell'editoriale riguarda l'influenza dei social media, non soltanto sulle aspettative dei pazienti, ma anche sui modelli professionali che vengono proposti.

Breschi riconosce il valore della divulgazione attraverso questi strumenti, ma richiama l'attenzione sul rischio che la visibilità e la spettacolarizzazione dei risultati finiscano per prevalere sulla complessità delle decisioni cliniche.

Le immagini che mostrano la trasformazione di un sorriso possono essere particolarmente efficaci sul piano comunicativo, ma raccontano soltanto una parte del trattamento. Come osserva l'autore, "un "prima e dopo" non documenta il sacrificio dei tessuti o la durata del risultato".

Il rischio è quello di valutare la qualità di una prestazione prevalentemente attraverso il cambiamento estetico visibile, senza conoscere il percorso terapeutico, il costo biologico e le prospettive di mantenimento.

Breschi sintetizza il concetto con un'affermazione netta: "La popolarità non misura la qualità clinica".

Il risultato estetico va valutato nel tempo

Nella riflessione di Breschi, l'estetica non può essere separata dalla funzione, dalla salute parodontale e dalla conservazione dei tessuti. Un principio che l'autore estende anche alle procedure di medicina estetica del volto, per le quali richiama la necessità di indicazioni motivate, aspettative realistiche e rispetto dell'identità della persona.

È soprattutto la prospettiva temporale a rappresentare un elemento decisivo. Un risultato esteticamente soddisfacente nell'immediato potrebbe perdere parte del proprio valore se ottenuto attraverso procedure che compromettono la conservazione degli elementi dentali o rendono necessari successivi interventi invasivi.

Per questo, secondo Breschi, la progettazione del trattamento dovrebbe comprendere fin dall'inizio anche la manutenzione e le possibili necessità future. Non basta quindi valutare come apparirà il sorriso al termine della terapia, ma occorre considerare quali condizioni sarà possibile mantenere negli anni.

Anche sconsigliare un intervento è una competenza

La conclusione dell'editoriale riporta la questione alla responsabilità professionale. Saper rispondere alle aspettative estetiche non significa necessariamente assecondarle, ma individuare il trattamento più appropriato, anche quando comporta una soluzione meno invasiva o la scelta di non intervenire.

Breschi lo esprime chiaramente: "Saper proporre un trattamento, limitarne l'estensione o sconsigliarlo sono espressioni della stessa competenza".

È un richiamo a considerare la capacità di rinunciare a una procedura non come un limite dell'offerta terapeutica, ma come parte integrante della qualità delle cure.

La riflessione si chiude ribadendo che, anche di fronte a richieste motivate esclusivamente dal desiderio di migliorare l'aspetto, la salute deve rimanere il riferimento principale delle decisioni cliniche.

Una posizione che apre una questione concreta per la professione: di fronte a una richiesta estetica che comporta il sacrificio di tessuti sani, quali criteri dovrebbero orientare la decisione di intervenire oppure di sconsigliare il trattamento?

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