Per decenni la prevenzione odontoiatrica ha fondato le proprie raccomandazioni su fattori di rischio ben definiti, come igiene orale, esposizione al fluoro, frequenza di assunzione degli zuccheri e stile di vita. Un modello supportato da solide evidenze scientifiche e che continua a rappresentare un riferimento imprescindibile nella pratica clinica. Ma è sufficiente a spiegare tutta la variabilità individuale osservata tra i pazienti?
È questa la riflessione proposta da Luigi Paglia (nella foto) direttore scientifico del Dentista Moderno nel suo editoriale pubblicato sul numero di ottobre dedicato alla nutrigenomica e al possibile contributo che questa disciplina potrebbe offrire alla comprensione della salute orale.
Il prof. Paglia prende spunto da una situazione tutt'altro che rara: individui con abitudini alimentari e comportamenti apparentemente simili che sviluppano quadri clinici differenti. Alcuni presentano carie o difetti di mineralizzazione dello smalto, altri no. Una variabilità che potrebbe dipendere non soltanto dall'esposizione ai fattori di rischio, ma anche dalla diversa risposta biologica dell'organismo.
"È importante non soltanto che cosa mangiamo, ma anche come il nostro organismo risponde a ciò che mangiamo", osserva.
Dall'esposizione alimentare alla risposta individuale
Secondo Paglia, la nutrigenomica propone un cambio di prospettiva: non limitarsi a considerare l'alimento come semplice esposizione, ma interrogarsi sulla risposta individuale a quella esposizione.
In ambito odontoiatrico il tema appare particolarmente interessante. La dieta interagisce infatti con il biofilm orale, con i processi metabolici e infiammatori e, più in generale, con l'ambiente biologico nel quale si sviluppano e progrediscono le principali patologie del cavo orale.
Se per la carie il ruolo degli zuccheri liberi e dei carboidrati fermentabili è ampiamente documentato, nel caso delle patologie parodontali l'attenzione si estende anche alla qualità complessiva dell'alimentazione e alla sua capacità di modulare infiammazione e stress ossidativo.
In questo contesto, Paglia richiama il modello alimentare mediterraneo, caratterizzato da un elevato consumo di alimenti vegetali, fibre, polifenoli e acidi grassi insaturi. Un modello il cui potenziale beneficio sulla salute orale non dovrebbe essere interpretato esclusivamente come effetto della riduzione degli zuccheri, ma come risultato di una più ampia interazione tra nutrienti, metabolismo, risposta immunitaria e microbiota.
Il ruolo della genetica
Proprio su questo aspetto si innesta il contributo della genetica secondo Paglia evidenziando: "La risposta biologica a un nutriente non è necessariamente identica in tutti gli individui".
Varianti genetiche coinvolte nei processi metabolici, nella risposta infiammatoria e nei sistemi di difesa antiossidante potrebbero contribuire a determinare differenti risposte alla stessa esposizione alimentare. Una considerazione che porta a una domanda centrale dell'editoriale: quanto della variabilità clinica attribuita genericamente allo stile di vita dipende in realtà dall'interazione tra dieta, genetica, microbiota e ambiente?
Cautela sulle applicazioni cliniche
Il prof. Paglia invita tuttavia a evitare facili entusiasmi. Le conoscenze attuali non consentono di utilizzare in modo routinario test genetici nutrizionali nella pratica odontoiatrica né di prescrivere protocolli dietetici personalizzati su base genetica considerandoli standard di cura.
"La ricerca in nutrigenomica orale è ancora in una fase relativamente precoce", ricorda.
Gli studi oggi disponibili suggeriscono relazioni interessanti tra alimentazione, infiammazione, metabolismo, microbiota e suscettibilità individuale, ma la loro traduzione in raccomandazioni cliniche richiede ulteriori conferme attraverso studi prospettici e trial adeguatamente progettati.
Per l'autore è necessario evitare il rischio di anticipare la pratica alla scienza, senza però trascurare una linea di ricerca che potrebbe rivelarsi rilevante per il futuro della prevenzione orale.
Una prospettiva da approfondire
La questione, sottolinea Paglia, non è sostituire le tradizionali raccomandazioni preventive con una presunta "dieta genetica". Piuttosto, comprendere se accanto ai fattori di rischio già conosciuti sia arrivato il momento di studiare con maggiore attenzione ciò che rende ogni paziente biologicamente diverso.
Da qui il passaggio da una domanda tradizionale, "qual è la dieta migliore per la salute orale?", a un interrogativo più complesso: "qual è la risposta di questo paziente a quella dieta?".
Secondo il direttore scientifico de Il Dentista Moderno, questa prospettiva potrebbe rappresentare un'evoluzione verso una medicina preventiva sempre più personalizzata, nella quale genetica, nutrizione, microbiota, età, condizioni cliniche e stile di vita vengano considerati come componenti di un unico sistema. Una prospettiva ancora da dimostrare sul piano clinico, ma che potrebbe contribuire a comprendere perché, a parità di esposizioni alimentari, non tutti i pazienti rispondono allo stesso modo.
A questo link l’editoriale del prof. Paglia su Il Dentista Moderno